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Chi ha fatto le scarpe all’editoria musicale
scritto il 28/07/2008
Considerate che di tutto un universo immenso sono rimasti solo i Beatles, nessun altro se l’è potuto permettere. Non Elvis Presley, non altri. Soltanto i Beatles non hanno ancora “ufficialmente” digitalizzato e distribuito il proprio repertorio su Internet. E sono gli unici che se lo possono ancora permettere, non so per quanto. L’avete digerita per bene? Allora andiamo avanti.
Nel gennaio 2006 Steve Jobs sale sul palco del Moscone Center e presenta iPhone (no, non parleremo ancora di iPhone non se ne può più), nel farlo ricorda i grandi momenti nella storia dell’azienda e in un determinato punto ci dice che iPod non cambiò solo Apple, né tanto meno il modo in cui pensiamo e consumiamo la musica: cambiò radicalmente l’intera industria, il prodotto, i consumatori e l’indotto. Oggi, se non ve ne foste accorti o se non aveste creduto le due cose in qualche misura relazionate, non si vendono più dischi, chiudono e per sempre luoghi sacri dell’acquisto reale, scompaiono gli stereo dalle case. Mia sorella, la più piccola, avrebbe potuto non vedere mai un vinile in vita sua, ma ho i genitori musiciti e non fosse altro che per puro caso qualche cosa sotto mano le capita. Ad altre bambine di undici anni non va altrettanto bene. Ma detta così sembra che io parteggi per il vinile e la cultura del “che bello che era quando” e naturalmente non è quello il punto.
Il punto è che non è sempre colpa dei monsoni: è il mercato. Se il pubblico musicofago non fosse stato interessato all’mp3 non l’avrebbe promosso. Al di là delle giuste diatribe sulla qualità&fedeltà ha vinto lui, hanno perso i cd. Sarà il caso di farcene una ragione.
E nemmeno possiamo far finta che tutto un altro mondo sommerso non esista, questo è un errore che compiono in parecchi, noi saremo più accorti. Ricordate Napster? Adesso sembra normale ma quando scoppiò il caso non ci pareva vero di avere tutto quel ben di dio tra le mani. E non ci sarebbe importato nulla di come e dove sarebbe andato a finire il diritto di riproduzione, perché è solo di questo che si parla -non c’era percezione del reato. E vi dico di più, sapete perché le pubblicità per la tutela del copyright hanno fallito? Perché prima di farle avrebbero dovuto chiedersi se davvero il target cui si rivolgevano avesse più o meno chiara la differenza tra “rubare” un bene e scaricare da internet una canzone. E se il danno era compiuto sulla paternità dell’opera o sul diritto alla distribuzione. Che è giusto un filo diverso. Se rubo una borsa da un negozio, quella borsa non c’è più, altri non la potranno comprare, siamo tutti d’accordo? Se scarico un mp3 da ovunque si trovi il danno non è materiale e se vogliamo ben vedere nemmeno intellettuale -è più una questione di, come dire… mi hai fatto fesso. Lungi da me sponsorizzare il furto di borse, ca va sans dire.
Ora, se il popolo assaggia lo champagne non c’è modo in cui possa tornare a bere acqua calda e goderne. Diciamola come meglio ci riesce ma il concetto sta tutto lì: una canzone, un disco intero, gratis non avrà mai l’appeal della sua versione a pagamento. Chi ascolta If I fell non ritiene di essere un ladro, Paul McCartney non teme che il brano possa essere in qualche misura ripubblicato sotto falso nome e che il mondo non gliene riconosca la paternità a prescindere e, anche fosse, c’è sempre la legge sul diritto d’autore cui appellarsi. Come vi ho dimostrato il punto non sta lì.
Gli attori sono quattro: il brano, l’autore, l’editore e il fruitore. Occhio, perché tra questi quattro c’è un morto. E non è John Lennon.
La grande rivoluzione post medioevale vedeva nascere una figura molto particolare di intermediazione commerciale. L’avrete sentita parecchie volte questa storia: il ciabattino fa dieci scarpe al mese, e le fa “completamente” dalla tomaia alle stringhe. Un giorno arrivò il commerciante e gli chiese di limitarsi alle sole suole, ma di farne cento e di non venderle direttamente al grande pubblico, le avrebbe comprate tutte lui. Propose lo stesso ad altrettanti ciabattini e tornò l’equilibrio, guadagnarono tutti molto di più e probabilmente si alleviarono dolori per i calli a centinaia in giro per mezza Europa. Collateralmente il ciabattino non sapeva più fare una scarpa: solo suole, anche se di questo non ci occuperemo. Ma cosa sarebbe accaduto se un giorno i cittadini del mondo avessero avuto a disposizione un mezzo per avere scarpe di ottima qualità (le stesse scarpe di ottima qualità), gratuitamente e senza avvalersi del sino ad allora provvidenziale intervento del “commerciante”? Tirate le somme. Io dico che o cambia il modo di porsi del Commerciante oppure viene tagliato fuori dal giro.
E’ per questo che penso si tratti di una battaglia persa. Giocata su un campo sbagliato, tra le altre cose. Parlano di qualità, gli editori musicali parlano solo di qualità; al di là delle logiche ingegneristiche che hanno il fascino che si meritano, la qualità è un qualche cosa di ahimé soggettivo. C’è chi si accontenta. E soprattutto è cambiato un paradigma fondamentale: il pubblico sa che ha già vinto. Loro spendono milioni ogni mese alla ricerca di chiavi digitali per bloccare la copia, inventano il digital right management, ti additano di colpe gravissime ma il vero problema è che ogni loro tentativo fallisce e che si salveranno solo quelli che di questo nuovo assetto vorranno capire la metrica e dunque a questa sottomettersi per rilanciarsi.
Il mercato mondiale della musica digitale è in mano (guarda caso) ad Apple, con il suo store che da quando ha aperto ha venduto qualcosa di più che due miliardi di canzoni. No aria fritta: due miliardi. Sapete, soprattutto, perché funziona? Perché è comodo, non perché la qualità è migliore, perché è facile. Ora che cerco un gruppo che mi piaccia, che lo trovi, che ne scarichi ogni brano, che termini l’incredibile coda che si forma, che l’abominevole lentezza dei circuiti terzi mi permetta di ascoltare quello che volevo, ora che accade tutto questo, con 9.99€ ho comprato il disco che volevo e lo sto già ascoltando da qualche giorno; per me vale la pena. Ci sono tantissimi “per me” in giro. Su dieci persone che vogliono la musica, almeno in tre non hanno voglia di impare i meccanismi per trovarla gratuitamente -lo farebbero se non ci fosse altra possibilità, ma essendoci. Bene, direte, ma allora anche Real, Napster stessa e tutti gli altri, perché loro no? Perché è il mercato. Hanno fatto un prodotto peggiore (per adesso) e gli manca un intero mondo di compatibilità sul quale al contrario poggia la mela. E poi perché fanno pacchetti commerciali di rara meraviglia, tipo: compri una canzone, che costa meno, ma è tua per 9 ore, poi scade ma il tuo gatto la può ancora ascoltare, tuo nonno no, il tuo lettore mp3 solo al contrario e se la masterizzi muori. Dite quel che vi pare ma io sono per i 9.99€ e fine lì, non ci sono storie è più facile. E’ più comodo. E il prezzo vale l’acquisto.
Ricordate cosa hanno fatto le case di produzione e distribuzione nella primavera del 2007? La voce grossa. Volevano il prezzo variabile, volevano un sacco di cose: magari avevano anche ragione, ma hanno compiuto un enorme errore di approccio. Volevano entrare nel mercato, da protagonisti questa volta, ed applicare le regole del 1976. Non ha funzionato. E non ha funzionato perché se lo fai (ed Apple questo l’ha capito) il cliente ti molla e torna scaricare gratis, perché gli hai tolto la comodità di non pensare alle magagne. Allora è di nuovo più pratico imparare come fare a scaricare Sgt.Pepper aspettando due giorni per averlo tutto.
Ora, la cosa divertente è che in tutto questo marasma gli artisti stanno dalla parte dei consumatori. Cioè se ne fregano. Loro continuano a fare musica ed a farla bene. Elio e le storie tese si sono ufficialmente gettati in rete e addio a tutto il resto. Idem i Radiohead (addirittura questi ultimi hanno messo il disco ad un prezzo variabile sul loro sito; anche zero, anche gratis. Immaginate un po’? Qualcuno ha pagato). Non è che non esista un mondo senza case di produzione, sia chiaro. E non le sto demonizzando, non sto nemmeno dicendo che sarebbe meglio senza. Al contrario le ritengo necessarie. Ma, dato il momento di placida entropia, vorrei dare un consiglio: è il momento di cambiare e tornare a lavorare tutti quanti.
I musicisti, ad esempio, potrebbero provare a guadagnare suonando, cioè in concerto. In molti lo fanno, provate. Il pubblico/cliente, potrebbe anche andarci ai concerti ogni tanto; e facendone di più magari si abbassano i prezzi… sapete quella chimera dell’incontro tra l’offerta e la domanda? Ecco. E la casa di produzione potrebbe tornare a produrre, magari riappropriandosi degli studios, anche solo in parte. Magari andando a cercare nuovi talenti, veri, senza produrli sull’onda di quel che è stato; perché ci sono artisti bravi in giro per il mondo e mettersi lì a tavolino e in inventare le Lollipop mi pare squalificante, oltre che deprimente. Perché la battaglia che vi vedeva tuffarvi nei dollari della vendita dei dischi è perduta. Ci saranno milioni di altri modi per trovare un assetto nel nuovo mercato dell’editoria e della distribuzione musicale, ma per cortesia, trovatevelo voi: non possiamo dirvi anche questo. E fatelo in fretta, perché c’è bisogno di voi quanto di John Lennon; è che per adesso John Lennon va bene così, voi altri invece siete un filo da svecchiare. Negli intenti, prima che nei fatti.
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15 Risposte a “Chi ha fatto le scarpe all’editoria musicale”
da Stefano il 28/07/2008 | Replica
ok
da Sasaki il 29/07/2008 | Replica
ok?
bello: ok mi piace. soprattutto se sei l’amministratore delegato di sony
s.
da Renzo il 29/07/2008 | Replica
La vera rivoluzione di Apple è che lascia al mercato la possibilità di scegliere quali artisti fare crescere, senza limiti all’ingresso. Chiunque adoperandosi può vendere la propria musica su iTunes.
Vero anche che gli editori in senso tradizionale stanno morendo, a fronte di nuove sfide rese possibili dal web. Sellaband e Slicethepie insegnano.
Forse l’era di 4 grandi editore concentrati sta per cedere il passo a quella di migliaia di editori “diffusi” che all’occorrenza collaborano sul web per raggiungere un obiettivo comune.
da Davide il 29/07/2008 | Replica
@ renzo: sono d’accordo la rivoluzione è stata creare una piattaforma, dalla pubblicazione alla messa in vendita fino al device. A quel punto non renderla disponibile agli utenti che volessero farla vivere con i vostri sarebbe stato un errore enorme. Se la (o le) piattaforma/e funzionerà/nno come si deve, allora la tua visione delle migliaia di produttori diffusi si realizzerà (vedi anche solo cosa sta accadendo con il fenomeno delle netlabel).
Credo però che sia un errore pensare che i grandi editori scompariranno: la capacità di investimento e di promozione, la possibilità di mettere in atto strutture produttive in grado di realizzare prodotti di altissimo livello (per lo meno tecnico) è, e sarà, in mano loro. E di questo bisogna renderne atto.
da Sasaki il 29/07/2008 | Replica
Non necessariamente Davide. A dirlo dieci anni fa la Panam era il leviatano degli aerei e non sarebbe mai finita. O tu pensa alla Miscrosoft degli anni ‘90. IBM, Swiss air, eccetera. Ci sono decine di esempi: le cose cambiano.
Io dico che dei produttori c’è ancora bisogno ma se cambiano non perché riconosca loro un valore immanente all’interno del ciclo di produzione. Dovremmo tener conto dell’esperienza e non gettare tutto alle ortiche. Ma non è una cosa che possa in qualche misura dipendere dagli utenti.
D’altro canto non siamo troppo ingenui. Apple e/o chi per lei non è un’associazione di filantropi. Oggi godono di quello che hanno creato ma non fanno altro che mettere a frutto una posizione di vantaggio esattamente come hanno fatto i discorgafici tra gli anni 50 e 2000. Oggi siamo in un momento di cambiamento molto forte e vedremo che ne sarà.
Ma la cosa in realtà vale anche per il web per la televisione per le radio. Dobbiamo ricordarci che stiamo passando da un mondo, una società, basata sulla statistica ad una certa. Un tempo si controllavano le vendite dei dischi in alcuni negozi ed in alcune città e poi andavi per estensione, matematicamente. Oggi conti i download e scopri verità alle volte scomode. E’ tutto in movimento, quello volevo dire: e in questo movimento credo ci possa essere guadagno per tutti, alcuni attori hanno di già trovato il proprio assetto, altri no.
da Davide il 31/07/2008 | Replica
sono d’accordo con te sulle opportunità (per ora più minacce) delle certezze delle misurazioni.
Quello che intendevo col mio commento era che ora le grandi case discografiche intese come struttura di produzione hanno accesso a risorse economiche e produttive tali da tagliare fuori dal mercato i piccoli e piccolissimi su tutto un settore, che guarda a caso è quello fa i grandi numeri.
La qualità dei mezzi, anche se messa a disposizione di prodotti che un palato abituato ad altro giustamente non definisce di alta qualità, ha dei costi elevati, che solo una grande struttura può supportare.
da Sasaki il 31/07/2008 | Replica
Credo che tutto sia molto relativo. Domani mattina si scopre che -che so- Virgin investe 500 milioni di dollari in un fondo per il finanziamento delle giovani emergenti etichette digitali (così per fare un mcb al volo), ne deterrà il 5% e riassetta il mercato. Considerando che tutti gli altri sono indebitati e che la vera richezza è fatta non già dal profitto (o non più) ma dalle detrazioni dovute all’indebitamento, se i piccoli passi (gratis) delle novelle “etichette digitali” dovessero essere anche ripagate da un apprezzamento del pubblico come altro dovranno fare le storiche major per “combattere” la nostra Virgin se non facendo altrettanto? E non è la stessa cosa che abbiamo visto accadere con iTunes e Real? Ad esempio? iPod e Zune? Eccetera.
da Renzo il 31/07/2008 | Replica
ho capito Davide cosa intendi, che comunque in un “oligopolio” ci sono delle barriere all’ingresso (un cane che si morde la coda perché sono pochi gli attori in questi mercati proprio a causa dell’esistenza stessa della barriera in ingresso).
Vero, infatti nel mondo ci sono solo quattro major musicali, relativamente pochi broadcaster, in grado di mantere on-air i loro canali con un’offerta valida in termini di qualità/varietà dei contenuti e dell’infrastruttura tecnica, pochi gestori di reti di telecomunicazioni/energetici (tutti questi settori tipicamente oligopolistici o monopolistici per le ragioni che hai evidenziato).
Decisamente solo una grande major può garantire ad un artista di andare ad incidere nello studio tecnologicamente all’ultimo grido o più noto, famoso e costoso, nonché garantirgli passaggi pubblicitari sulle reti televisive con più appeal sul pubblico, pagargli un tour promozionale, ecc.
Però forse in internet le regole del gioco sono un po’ diverse:
il file musicale di una canzone, può circolare senza costi di duplicazione legati al supporto fisico, una web tv non ha il costo-barriera per il mantenimento della rete che ripete il segnale via etere ecc.
Forse mi sbaglio, ma credo che sia qui il punto, su internet non ci sono o sono minori i costi di barriera all’entrata.
D’altronde basta vedere in Gran Bretagna (che ha un tasso di penetrazione della banda larga molto elevato) come la raccolta pubblicitaria via internet abbia superato quella di Itv e di Channel4.
E per non uscire dal seminato, sul fronte musica, il cantante bolognese Cremonini è al lavoro nel suo nuovo studio personale (non delle major) al nuovo album e ha pensato bene di installare tre webcam a documentare le sessioni di registrazioni. Praticamente un reality show a tema on-line che i fan
e gli utenti in genere possono seguire volendo, senza tutti gli oneri in termini di costi/organizzazione della produzione dei sistemi tradizionali di messa in onda.
da Sasaki il 01/08/2008 | Replica
Questa di Cremonini non la sapevo e ti ringrazio perché sottolinea ulteriormente il mio punto. E sì, alla fine si tratta di soldi. Se la stessa cosa la posso fare a costo zero non c’è modo di convincermi che spendendo venga meglio. Vale da su a giù e viceversa come vediamo.
da Davide il 06/08/2008 | Replica
@ Renzo: d’accordo sulle minori barriere all’entrata, ma la qualità intesa come costo di professionisti e macchinari si paga. Da quello che mi risulta, ad esempio, la possibilità per tutti di acquistare una videocamera HD con poche migliaia di euro non ha ridotto di molto il numero di professionsti coinvolti nella produzione di un film. Certo forse un corto si può fare in due, ma un film al cinema no. I capitali, e le barriere all’entrata, quelle ci saranno sempre se vuoi produrre ad un certo livello.
Detto questo, Cremonini arriva tardi: il reality per documentare la registrazione di un album lo avevano già fatto i metallica, e non era su Internet solo perchè era il 92
da Romano il 23/08/2008 | Replica
Chapeu!
Inviarne una copia ai sopravvissuti delle major italiane non sarebbe una brutta idea…
da Sasaki il 26/08/2008 | Replica
Ti ringrazio Romano. Si fa sempre il possibile da queste parti
da ezio fox il 09/09/2008 | Replica
auuuu….pero non e neanche giusto che chi compone musica un po all’antica cioe senza l’ uso del pc per far quadrare poesia ,melodia ritmica arrangiamenti piu spese di attrezzi sale di registrazione turnisti ecc.e tutto il tempo che ci vuole per completare un prodotto scervellandosi veramente e anticipando anche dei soldini e soldoni .poi arriva pinco pallino fresco fresco e si scarica la musica pigiando un bottone del computer.
da Davide il 09/09/2008 | Replica
@ ezio fox: nessuno credo voglia mettere in dubbio il valore di chi nella musica ci lavora. Il punto fondamentale però è il fatto che (finora) il valore economico della musica è stato strettamente legato al suo aspetto materiale, al suo manifestarsi sotto forma di prodotto. Vinile, musicassetta o cd che fosse, il prodotto musicale è stato, per comodità probabilmente, associato ad una mela o una sedia.
Ora che il panorama è mutato, tutto questo modello economico va in crisi, e con esso tutti i capoccioni che devono spremersi le meningi per inventarne uno nuovo!
da Dog il 16/10/2008 | Replica
MA x favore va devo spendere soldi x ascoltare la musica e cercare cd ke neanke in capo al mondo troverei!!! del tipo vammi a trovare il vinile originale di “AQUALUNG”………e poi è csì comodo…metto in download pam dopo qualke minuto la poxo ascoltare…………….ciao sfigato…il mondo è già csì caro se devo pagare anke la musica addio!!!